Melancholia

 

Convegno di Tracce Freudiane La depressione come risorsa – Biblioteca Civica Archimede, Settimo Torinese, 17 Marzo 2012

 

Melancholia, il non banale non va verso il serio ma verso l’estremo.
Melancholia non è la storia di cosa accade a due sorelle mentre si sta avvicinando la fine del mondo.
Melancholia e il labirinto, che se non attraversato può portare al positivismo, al determinismo, allo scientifico come qualcosa di reale, alla morte bianca, al suicidio.
La psicanalisi è un dispositivo non per analizzare il passato così da poter prevedere, interpretare il futuro.
Non si studia per poter imparare a fare gli analisti, si fa analisi per poter scrivere procedendo sempre dall’analfabetismo, per poter leggere e quindi disleggere, per poter ospitare la scrittura estrema e precaria di qualcosa di inedito, per poter essere sulla traccia della verità, per poter gustare la verità come traccia.
Si fa analisi per far sì che la follia non venga sistematizzata ed impazzino la cronaca lo standard il pettegolezzo l’anestesia la commozione celebrale.

Queste le annotazioni prese poche minuti dopo la proiezione dell’ultimo film di Lars Von Trier.

 

Le seguenti invece come risultati di ricerche dei giorni successivi:

– Nei giorni della presentazione il film a Cannes, Von Trier, presentatosi con la parola “Fuck” tatuata sulla mano, venne cacciato dal festival per queste dichiarazioni: “Capisco Hitler“, “invoco la soluzione finale per i giornalisti“, “non sono contro gli ebrei, ma in realtà non troppo perché Israele è un problema, come un dito nel culo, fa cagare“.

Da altre interviste si riportano alcuni frammenti:

“Per me Melancholia è un film su uno stato mentale. Io stesso ho passato diversi momenti di malinconia nella mia vita”.

“Sono un uomo che fa tesoro di sofferenza, crocifissione e senso di colpa – continua Von Trier – ma c’è anche un lato luminoso della vita, un qualcosa che i film potrebbero mostrare. Mostro questa luminosità in Melancholia e continuerò a farlo anche nel mio prossimo film”.

– “Vorrei proprio sapere perché i film devono essere così stupidi!”, sbotta. “Perché tutti i dialoghi devono parlare di qualcosa? La trama. Nei libri, anche quando c’è un filo conduttore è solo una traccia”

– Com’è nata l’idea di questo film?
“Justine mi somiglia molto. Il personaggio è ispirato a me e alle mie esperienze di profezie apocalittiche e di depressione. Claire, invece, dovrebbe essere una persona normale”
Ride Von Trier, che è stato tormentato da angosce per tutta la vita, e che da bambino ogni volta che sentiva il rumore di un aereo pensava che fosse scoppiata la terza guerra mondiale. Già, perché Lars Von Trier è la quintessenza del depresso. Nei periodi in cui non è impegnato sul set e potrebbe godersi la vita fa fatica e arranca, ma quando è nell’occhio del ciclone e porta sulle sue sole spalle la responsabilità di un’intera produzione – attori, tecnici, finanziatori, dialoghi e intrecci – va alla grande, rigirando il coltello in ogni piaga della politica, della cultura e della morale che riesce a trovare.“Il mio analista mi ha detto che nelle situazioni disperate i depressi tendono a restare più calmi delle persone normali, perché si aspettano sempre il peggio!”.

Perché Claire va sempre più in crisi man mano che il pianeta si avvicina?

“Perché ha qualcosa da perdere: per esempio, un figlio. Non ha desideri inappagati. Apprezza le cose che ha. Mentre Justine non ha niente da perdere. E’ una depressa, e quando sei depresso c’è sempre qualcosa che non puoi avere. Non hai niente e non puoi perdere niente”.

Quindi, se apprezzi quello che hai sei più vulnerabile?
“Sì! E noi depressi saltiamo quel passaggio. Forse è un modo per sopravvivere. Così non devi soffrire per le cose che perdi”. E aggiunge con una risatina: “Charlotte Gainsbourg ha detto una cosa che mi ha fatto molto piacere: è un film strano!”, ride. “E meno male, perché avevo paura che non lo fosse abbastanza”.

In che senso?
“Be’, avevo paura che fosse venuto troppo ‘gradevole’. Mi piace il suo lato romantico. Il pathos. Ma è qualcosa di pericolosamente vicino al ‘gradevole’. Insomma, il confine tra il romantico e il banale è sottile…”

Non ci sarebbe niente di male se anche fosse ‘gradevole’, non credi?
“Certo! Se c’è un’idea dietro. Antichrist mi dava una meravigliosa sensazione di grezzo, non-rifinito. Melancholia non lo so. In realtà, lo volevo così, elegante e raffinato. Ma spero che la gente ci troverà anche qualcos’altro, sotto la superficie patinata. Sarà solo più difficile arrivarci, rispetto ad Antichrist”.

In Antichrist non hai potuto fare a meno di scoprirti? Di giocare a carte scoperte
“Esatto. Questa volta, puoi scivolare sulla superficie levigata del film. Lo stile è raffinato, ma sotto c’è la cruda sostanza, il contenuto. Solo che per arrivarci devi andare oltre la patina di raffinatezza superficiale. Il peggio è stato quando quelli della Nordisk Film hanno detto che ‘ci sono delle bellissime immagini’ ”, ride. “Ero distrutto. Perché se adesso faccio film che piacciono alla Nordisk, smetto domani”.

Allora, siamo soli nell’universo o no?
“Sì”, risponde. “Ma nessuno vuole rendersene conto. Continuano tutti a darsi da fare per volare sempre più lontano nello spazio, verso il fuori”

Justine è depressa ma ha deciso di diventare normale, e quindi vuole sposarsi
“Vuole farla finita con le fisime, le angosce e i dubbi. Per questo vuole un vero matrimonio. E va tutto bene finché si accorge di non essere all’altezza delle proprie aspettative. C’è una domanda ricorrente che tutti le fanno: ‘Sei felice?’ Dev’esserlo per forza, altrimenti quel matrimonio non ha senso. Devi essere felice, ora! E tutti cercano di farla ragionare, ma lei non vuole saperne”.

Nel film, Justine sembra incapace di ‘esserci’, in quella situazione. Non vuole sposarsi veramente?
“No. All’inizio, l’idea del matrimonio la diverte e si sente così forte da poterlo prendere alla leggera. Ma lentamente, la depressione cala come un sipario tra lei e tutte le cose che ha messo in moto. E quando arriva alla sera del matrimonio, crolla”.

Sembra altrove, mentalmente. Ma dove?
“Desidera ‘naufragi e morti improvvise’, come dice lo scrittore danese Tom Kristensen. E li ottiene, anche. In un certo senso, è lei che attrae il pianeta Melancholia e gli si arrende”.

Se desideriamo ‘naufragi e morti improvvise’, forse è perché ci sembrano più reali di questo mondo fasullo?
“Infatti. Justine è una donna piena di dubbi e quando arriva il giorno del matrimonio che si è autoimposta è colta dall’ennesimo dubbio”.

Quale dubbio?
“Si chiede se ne valga la pena. Un matrimonio, dopo tutto, è un rituale. Ma c’è veramente qualcosa, al di là del rituale? No. Non per lei. E’ un vero peccato che noi depressi non diamo importanza ai rituali. Io stesso mi trovo in difficoltà, alle feste. ‘Ora ci divertiamo tutti quanti! Divertirsi! Divertirsi!’ Sarà perché i depressi vogliono di più, non si accontentano di qualche birra e un po’ di musica. Sembrano cose talmente finte. I rituali sono finti. Al tempo stesso, se non ha senso il rituale, non ha senso neanche tutto il resto”.

E’ così che la vede il depresso….?
“Se c’è qualcosa di valido al di là del rituale, allora va bene. Il rituale è come un film. Dev’esserci qualcosa in un film. E la trama del film è il rituale che ci porta a quello che c’è dentro: se c’è qualcosa dentro e oltre il film, il rituale ha un senso. Ma se il rituale è vuoto, se – cioè – non è più divertente ricevere regali a Natale o vedere la gioia dei bambini, allora trascinare un albero in salotto diventa un rituale completamente vuoto”.

Allora è questa l’eterna domanda del depresso: è tutto vuoto?
“L’imperatore ha qualche vestito addosso? C’è una sostanza, un contenuto? E non c’è. Ed è questo che Justine vede ogni volta che guarda quel maledetto matrimonio. Lui, lo sposo, non ha niente addosso, è nudo. E lei si è sottoposta a un rituale che non ha alcun senso”.

E gli altri non se ne accorgono?
“Agli altri non importa, si limitano a godersi il rituale e basta”.

La Justine depressa non desidera solo qualcosa di reale. Vuole pathos e dramma
“Cerca qualcosa che abbia un vero valore. E il vero valore comporta sofferenza. E’ così che pensiamo, noi depressi: vediamo la depressione come qualcosa di più vero. Preferiamo musica e arte che contengono un pizzico di melanconia. Quindi la melanconia stessa è un valore. L’amore infelice e non corrisposto è più romantico dell’amore felice. Perché l’amore felice non ci sembra del tutto reale, in fondo”.

Il matrimonio è l’ultimo tentativo di Justine di rientrare nella vita reale anziché rifugiarsi nella malinconia del desiderio inappagato?
“E’ per questo che vuole sposarsi, pensa: se mi costringo ad abbracciare i rituali, forse riuscirò a trovare un po’ di verità.
Ma è troppo affamata di verità. E credo che lo stesso valga per i depressi in generale. Per noi la verità è troppo importante”.

Ma perché desiderare ‘naufragi e morti improvvise’?
“Solo perché sono veri. Il desiderio è vero. Magari non esiste nessuna verità da desiderare, ma il desiderio in sé è vero. Come il dolore. Lo sentiamo dentro. E’ una cosa reale”.

Certo un poco sfrontato Von Trier a Cannes, ma sarà peggio la sfrontatezza o il perbenismo?
Occorre prendere spunto da ciò che ha detto.
– Per quanto riguarda lo Stato guerrafondaio di Israele oggi, siamo anni luce distanti dal popolo del villaggio, dal popolo fantastico del violinista sul tetto.
– Come fare a far accorgere i giornalisti che sono presi nel looping della notizia, dell’informazione, dell’interventismo, che si stando alimentando e stanno proponendo solo follia sistematizzata mascherata da perbenismo? La loro scrittura è anestesia pura, i loro interventi, come gran parte del sindacalismo, sono apoteosi dell’altruismo, tutto per non affrontare il labirinto, tutto per incapacità di interlocuzione, di narrazione, di generosità, cioè nel dare quello che non si ha, l’ascolto necessario perché qualcosa di assolutamente folle e precario possa scriversi ed approdare all’inedito.
E’ interessante che Mario Monti, la prima cosa che ha fatto dopo l’insediamento a Palazzo Chigi sia non parlare con i giornalisti, se non per enunciare l’essenziale di ciò che stava facendo.

Un ringraziamento a Von Trier per l’opera che ci ha regalato, perché si sente eccome il grezzo, il precario che scorre sotto la patinatura.
Grazie per gli spunti forniti per poter indagare ulteriormente la follia ed una sua sfaccettatura come la depressione, per evitare assolutamente che venga sistematizzata.

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