Lo sguardo come direzione al viaggio e alla sua scrittura

 

Era circa una settimana che il baule dell’automobile conteneva due chilogrammi di miele da consegnare ad un’amica quando sarebbe occorso d’incontrarla al tennis. Non incontrandola la chiamai telefonicamente per fissare un appuntamento. Mentre conversavo con lei tramite il cellulare, mi accorsi sonoramente dell’arrivo di un messaggio, che in maniera furtiva notai provenire da numero sconosciuto.

Finii la telefonata ed aprii il messaggio: incredibile, era sempre la mia amica che, qualche minuto prima, con un altro cellulare mi sollecitava la sua mancanza di miele.

Queste combinazioni possono lasciare indifferenti, ma possono anche provocare pianto, paura, improvvisa euforia, oppure intendersi come accadimenti che segnalano, che accadono perché “Sei sulla strada giusta”, cioè sei sulla strada intesa come Viaggio.

Giusta non rispetto a qualcosa di sbagliato, ma giusta in quanto etimologicamente vicina, prossima, imminente, cioè sei nell’adiacenza della memoria in atto, dell’infinito in atto, della puntualità del tempo non cronologico, stai sognando.

L’apertura della coincidenza può avere effetti terroristici, cerebro commoventi, ove insostenibile è l’altra possibilità, che va oltre il colpo di testa o il colpo di mamma.

La strada giusta, la strada della simultaneità.

Un viaggio nel quale non si è soli, ma la solitudine, l’incondivisibile, il non trasmissibile, il malinteso sono compagni di viaggio.

E’ di ieri la visione dell’ultimo film di Woody Allen Basta che funzioni. Film divertente che conferma la straordinarietà del regista newyorchese nel creare personaggi, che rispetto a qualsiasi DSM delle bizzarrie nevrotiche riescono a dire caricaturalmente qualcosa.

Come sorprendente è la teoricamente suggestionante lettura di Le più belle pagine, di Tommaso Landolfi.

Landolfi riesce ad elaborare questioni che non pochi hanno incontrato, in modo che vengano prese e comprese senza comprensione materna, intarsiate in racconti fantastici assolutamente nuovi.

Ad esempio nel racconto La spada la questione dell’insopportabilità di sentirsi amato, o in La moglie di Gogol’ l’addomesticamento, la padronanza sulla donna oggetto.

In La moglie di Gogol’ s’incrociano anche altre questioni, tra queste il vivere l’innamoramento come dolore rispetto a qualcosa che non tornerà più come prima (la bambola è diversa ogni volta che viene gonfiata o modificata).

Ci si potrebbe interrogare su cosa rimanga uguale, qual’è l’essenza per cui malgrado i cambiamenti la bambola sia sempre Caracas. Lacan, riprendendola dai greci, per dire dell’immaginario rispetto al simbolico e al reale, chiamava immaginario la cavallitudine, cioè quel qualcosa attinente all’immagine e al visibile che due cavalli trasmettono al puledro, immaginariamente quel qualcosa che fa sì che siano cavalli anche i nascituri.

O anche domandarsi su cosa gli umani s’intendono ritrovandosi ad un appuntamento o riconoscendosi ogni volta che si incontrano?

Gogol per padroneggiare l’oggetto si costruisce una bambola e malgrado ciò verso di essa si generano pulsioni e reazioni nevrotiche. Come a dire che la problematica per ciascuno non è con le altre persone, simili a lui nell’umanitudine.

Perché la relazione funzioni occorre ci sia relazione con quello che per ciascuno è l’oggetto. Quindi appare subito che anche l’oggetto bambola non è l’oggetto, che gli oggetti materiali non sono l’oggetto.

Gli umani incappano in problemi quando oggettificano, entificano cose e persone.

Quest’oggetto possiamo chiamarlo sembiante.

Il sembiante e la provocazione che occorre sostenere, provocazione verso una deoggettificazione, una deentificazione dell’oggetto non più solamente in fuga, causa di un desiderio accrescente la domanda negli scambi commerciali (di cui Marx non tiene conto, quando ipotizza come criterio per fissare il valore d’uso di una merce le ore di lavoro occorse per produrla), che fa lievitare il prezzo giocando su ciò che Freud chiama la psicologia delle masse, dove il desiderio è desiderio di massa, di gregge.

Il sembiante e le funzioni di specchio, di sguardo, di voce.

Dispositivi di Parola Originaria per tracciare l’indispensabile strada del racconto, che tramite la funzione di specchio non decade in mortifera cronaca, e tramite la funzione di voce consente al sogno di non decadere in fantasia godimentosa.

Lo sguardo rappresentato ontologizza il dubbio, e quindi ecco l’immobilità sado-masochista “Il soggetto guarda l’oggetto o da esso è guardato?”

Lo sguardo trova la sua Originarietà se funziona come direzione del Viaggio intellettuale, artistico e imprenditoriale, che procede perché si scrive, tra progetti e programmi, facendo e narrando.

Impossibile il compito del capitano, del direttore, del comandante che non riesca a far funzionare lo sguardo concomitantemente allo specchio e alla voce.

L’oggetto non è mancante perché la Parola Originaria, tramite il Sembiante come oggetto, imprendibile e provocatore, ha tutte le risorse per bastare a se stessa.

 

23 Ottobre 2009

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