IL COACH

Lo sviluppo della figura, del ruolo, della posizione di coach degli ultimi decenni dice dall’esigenza di andare oltre quella di maestro contrapposta in un intendimento educativo, dicotomico, algebrico, a quella di allievo. Di togliersi dall’accezione ancor oggi molto presente di educare come imporre, inculcare, trasmettere, comunicare, e volgere verso quella etimologica di tirar fuori.
Questo già porta ad intendere il modo di dire “quel ragazzo è seguito da tal maestro o coach”, nel senso che il coach segue in quanto affianca, collabora, ma non dirige in maniera impositoria.
Ma soprattutto quel tirar fuori dice che il coach occorre giunga a trovare, ad incontrare la relazione, spogliandosi da qualsiasi dettame o nozione manualistica del “buon coach”.
Se giunge ciascuna volta alla relazione rispetto al rapporto, al rapporto quindi algebrico, ecco anche l’inedito della nuova idea, ecco anche la lena che consente di giungere all’allenamento, che per entrambi si traduce e si trasforma nelle proprie vite, nelle altre relazioni, in entusiasmo, desiderio, interesse.
Molto spesso oggi si assiste invece ad una ricerca, ad un girare in tondo, a prendere esempio per cercare la soluzione, il metodo per far diventare atleti campioni, invece che sentire l’esigenza di avere la vita ricca di relazioni.

Della questione aveva inteso molto Freud, arrivando a dire che l’amore autentico era quello da transfert, cioè quello che scaturiva e sorgeva nella modalità relazionale delle conversazioni analitiche. Nessuna possibilità di eliminare il sintomo, ma tramite la relazione, tramite l’amore autentico, ecco la possibilità della gioia e della soddisfazione, del desiderio e dell’interesse nella vita.
Sulla sua scia Lacan diceva che l’analista (in questo caso il coach) è efficace già solo per la sua presenza (che poi sarebbe la sua assenza, il portare con se l’altrove). Quindi attenzione a non responsabilizzare troppo atleta e coach, perché il rischio è quello di perpetuare o ricadere nel discorso del responso, ovvero di come starebbero le cose, quando le cose non sono mai come e dove le si attende.

Già Picasso diceva “Io non cerco, trovo!”.
L’arte è trovata, inedizione, novità, invenzione.

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