Il Verbo e il miracolo

 

Torino, 6 Dicembre 2007 – Sala degli Infernotti dell’Ospedale S.Giovanni Vecchio

 

Sono molto lieto di essere qui per la presentazione di questo libro.

Sono molto lieto delle presenza di tutti voi.

Siamo in una serata generalmente dedicata al Seminario di chi ha scritto questo libro, Gabriele Lodari.

Siamo nella sala che ha ospitato il Seminario in questi ultimi anni, siamo quindi nel crogiuolo dell’Associazione Tracce Freudiane.

Associazione culturale al quale è stato aggiunto il termine psicanalitica.

Questo termine aggiunto indica, che alcuni dei soci fondatori hanno o hanno avuto esperienza del dispositivo intellettuale che si fa intendere nell’icona del lettino Freudiano, sia come analizzante, sia conseguentemente come analista.

La seduta, o, come sarebbe più corretto chiamare, la conversazione, non è già dispositivo intellettuale, ma si qualifica come tale se provoca e quindi induce alla scrittura, ad attività come quelle di Tracce Freudiane, ovvero interventi in pubblico, seminari, gruppi di studio, cartelli.

La conversazione analitica da intendere come dispositivo per il viaggio intellettuale, verso il cammino artistico e culturale.

Questo accade, ed ancor più indica della riuscita intellettuale, anche in ambiti dove non è attesa, cioè in ambiti di lavoro, in quelli famigliari, negli incontri di tutti i giorni, dove capita cioè che ciascuno divenga dispositivo intellettuale.

Conversazione analitica fondamentale per articolare il proprio fantasma.

Conversazione analitica rigorosamente a due per garantire che l’articolazione del fantasma, tramite la presenza del sembiante, la sembianza dalla quale l’analista si trova ad essere investito, tramite l’interazione delle sue tre proprietà, specchio, sguardo, voce, disponga lì o altrove verso la Parola Originaria, verso il racconto, dove rispetto al tertium non datur aristotelico, conseguenza logica di un discorso frastico, essenziale è la presenza del tre, dell’Altro.

Essenziale per non perpetuare la dicotomia soggetto – oggetto.

L’Altro, garante perché il confine tra corpo e scena possa continuare a tracciarsi. Cosa che non capita nella rappresentazione dello psicodramma, dove si tenta di perpetuare il discorso isterico che reclama la scena, ma dove il tutto rischia di non essere più dispositivo di accadimenti, di sorprese, ma solamente spettacolare rappresentazione, sterile sceneggiata, dove il riconoscimento rimane del simile e non dell’Altro, dove come riverbero l’Altro non ospitato, non ascoltato, è costretto a scriversi sul corpo.

La conversazione analitica inventata, precisata, indagata da Freud, sulla quale continuiamo ad interrogarci, è molto recente.
La scrittura, troppo spesso adoperata come rifugio, era già indagata dai greci ai suoi albori, ed i simposi greci sono esempi di come gruppi di discussione e racconto fossero già allora istituiti.

Ma la differenza rispetto ad un’associazione culturale qualsiasi, viene sancita se il termine psicanalitico che segue l’aggettivo culturale si specifica in atto.

Magari tramite la presentazione di questo libro, con la presenza di persone che non fanno parte dell’Associazione, ma che non hanno idea di quanto possano essere preziose.

Preziose per le domande e gli interventi che avranno la generosità di porre, senza paura di dire ingenuità o banalità, perché ci costringeranno a ridire in altri termini ed in altri modi, questioni sulle quali tra noi sembra ormai d’intendersi.

Nessuna paura dell’ingenuità perché l’ingenuità è attributo del bambino, di chi reclamando sempre il racconto costringe a raccontare ed inventare sempre qualche altra storia.

Altro modo perché la psicanalisi si specifichi come percorso intellettuale è la lettura di questo libro.

E’ importante che Lodari abbia affidato il montaggio ad una logica non cronologica ma di significante.

Questo non può che richiamare il sogno, o meglio la simultaneità tra sogno e racconto di sogno, l’importanza dell’interrogarsi sul sogno. Freud stesso racconta, che quando perdeva la bussola tornava a riprendere lo studio sul sogno, ed immaginava L’Interpretazione dei Sogni l’opera che probabilmente avrebbe avuto più seguito negli anni.

E’ di ieri la visione del film Ai confini del Paradiso, bella storia priva di spettacolarismi, proponente la questione onirica della condensazione e dello spostamento, delle coincidenze azzeccate, mancate, sfiorate, ovvero proprio ciò che accade durante o a seguito il racconto di un sogno.

Oppure le Cinque Variazioni di Lars Von Trier, film che trova la sua essenzialità nella frase “Questa notte ho avuto un sogno molto strano, al quale spero la giornata, nello svolgersi degli accadimenti, apporterà un senso”.

E va ricordato che l’associazione Tracce Freudiane si chiamava un tempo Parola e Sogno.

Il raccoglimento nella scrittura ha permesso a Lodari di trovarsi a scrivere in maniera chiara, leggera, fluente, apparentemente facile, cosa siano i dispositivi intellettuali, e a puntare senza dubbio su di essi. Nel libro si può intendere cosa sia l’efficacia della Parola Originaria, come sia necessario differenziare il simile, il sembiante e l’Altro, come la clinica non sia del soggetto, ma dell’oggetto come sembiante.

Un libro che risulta difficile sottolineare tante è pregno di frasi essenziali, di spunti per proseguire.

Un libro che è difficile leggere tutto d’un fiato, perché l’apertura che si respira invita alla riflessione e alla scrittura.

Questo libro induce a proseguire nella scommessa intellettuale, nell’investimento di parola, nei dispositivi intellettuali.

Come intendere dunque il “miracolo”? Perché, come dice il titolo del libro, legarlo al Verbo, alla Parola originaria?

Occorre richiamare Wim Wenders ne Il Cielo sopra Berlino. Nel film appare saltuariamente la presenza di un vecchio, che proclama incessantemente il bisogno per gli umani del racconto, cosa a cui dovrebbe giungere in qualche modo ogni conversazione analitica, a cui è direzionata l’avventura della psicoanalisi e che Lodari sviluppa nella parte finale del libro.

Nel finale del film invece, l’angelo che si è fatto uomo, dice che è valsa la pena farlo perché ha potuto interrogarsi sull’uomo e sulla donna, come a dire cioè sulla differenza della Parola Originaria.

Gli angeli del film ricordano i fenomeni oggi di gran moda dello spiritismo new age, che puntano all’anestetismo rispetto allo squarcio della Parola Originaria, all’estetico del racconto, all’irruzione dell’incontro, della sorpresa, dell’accadimento, del corpo che si trova a danzare, del miracolo.

Virtù che per essere incontrate ed integrate, come dice un altro angelo fattosi uomo trent’anni prima, occorre imparare a cavarsela da se: cavarsela da se che non è cavarsela da solo, ma bensì non senza l’aiuto dell’Altro, del racconto.

La presenza o l’assenza del simile non può supplire all’accoglimento dell’Altro.

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